Nicola Micieli - Teatro della pittura, e della vita

Nella presente fase di una ricerca pittorica che viene da lontano, nel senso che presuppone un lungo e articolato percorso formativo e una graduale elaborazione concettuale, Francesco Cinelli agisce nella logica dell’attraversamento e nel segno della contaminazione. Pluralità e convergenza delle arti ...
 

Nella presente fase di una ricerca pittorica che viene da lontano, nel senso che presuppone un lungo e articolato percorso formativo e una graduale elaborazione concettuale, Francesco Cinelli agisce nella logica dell’attraversamento e nel segno della contaminazione. Pluralità e convergenza delle arti in un allestimento e in una messa in scena che proponendosi come specifico e come traslato della pittura, attingono allo spirito e, in parte, alla stessa metodologia del teatro.Cinelli mette in campo, per attraversarli, appunto, diversi generi artistici e tipologie espressive, con le relative soluzioni formali e figure stilistiche. Lo fa in un modo che vorrei dire partecipe, se non osmotico. Certo egli è regista lucido, maestro concertatore delle diverse componenti in gioco della sua opera aperta, nel gioco delle parti che non prevede scioglimento, ma pirandellianamente si rigenera dalla dialettica interna, e pare un meccanismo di rimandi da scatola cinese. Alla dinamica dell’opera tuttavia Cinelli si abbandona nella pienezza e totalità anche fisica della persona, duttilmente adattandosi al divenire della partitura, e in questo caso non è solo una metafora parlare di partitura.Ossia si rende sensibile tramite – come ricevente ed emittente – alla circolazione di un ventaglio di stimoli e di processi suggeriti dalla situazione creativa attivata e che promanano, nel concreto, dal suo essere una situazione in progress. Cinelli non agisce dunque da deus ex machina, demiurgo onnipotente e onnisciente ogni cui direttiva è un comandamento, in quanto risponde a un preciso disegno la cui realizzazione deve svolgersi nell’ordine prestabilito. Egli piuttosto si muove da avvertito esecutore che non esclude l’incidente di percorso; che anzi sa riconoscerlo, quando si presenta, e rilanciarlo, sicché l’imprevisto si fa occasione di incremento creativo. Con questa disposizione al mutamento egli contamina ovvero fa interagire, smussandone e assorbendone le frizioni nella struttura fluida dell’opera, una pluralità di codici linguistici e di modalità operative. Analogamente manipola e coordina materiali artistici eterogenei. A cominciare da quelli convenzionali o canonici della pittura strettamente intesa, e sue estensioni, intervenendo sia nel corso della superficie entro il recinto della tela o di un suo sostituto, sia nella tridimensionalità dello spazio agibile, dunque d’una “pittura” su scala ambientale. Vi sono poi i materiali che diremmo tecnologici. Si va dal Lurex – tessuto a lamelle di per sé fonte di barbagli riflessi lustri appariscenze, sul quale interviene con viraggi cromatici per moltiplicarne la resa caleidoscopica – ai supporti elettrici ed elettronici vuoi per i filtri e il mixage delle luci, complici del camaleontismo della scena, vuoi per i suoni sovente utilizzati quali evocatori di presenze chiamate dalle profondità dello spazio, piuttosto che come colonna sonora dell’evento scenico. I suoni agiscono per sinestesia con il concerto animato dei colori. Cinelli manipola infine una materia formata e formante sui generis, perché viva e organicamente plastica: il corpo umano, luogo dei sensi ricettori e scaturigine prima, anzi primaria di ogni possibile modulazione della materia che voglia fissarsi in una conformazione esteticamente qualificata, e qui in divenire, come si è detto. Anche il corpo, anzi: il corpo sopra ogni altro è il “materiale” principe e risolutivo. Della sua “pelle” il pittore si appropria per farne il volto della pittura, lo agisce e lo invade con i propri segni, che evidentemente assumono un significato particolare su quel “supporto” così ricco di implicazioni. La maschera della pittura, nell’alterità della finzione svela il volto autentico del pittore, talché si dice che questi dipinge sempre il proprio autoritratto, anche quando esegue un paesaggio o una partitura astratta. Cinelli realizza la soluzione di continuità tra le diverse componenti dell’opera quando interviene con il maquillage pittorico sul proprio e sull’altrui corpo. Mette in atto una body art che non si limita a variamente estetizzare l’epidermide corporale o a mascherarla con applicazioni reversibili, pratica antropologica assai diffusa, questa, trasversale alle culture umane e assai frequentata nelle più fantasiose forme del neotribalismo contemponeo. Nel suo caso l’intervento sul corpo e intorno al corpo non può essere scorporato dal contesto. Specialmente nella complessa operazione di Cinelli, la realtà circostante il fulcro vivente dell’azione non è che un’estensione, sorta di impronta calcata del corpo, dilatata e differenziata sin dove consente la gittata dei sensi. Ebbene, in questa fase Cinelli raggiunge il momento culminante del processo di proiezione dell’artista nell’opera, di fisiologica identificazione tra la sua persona e l’arte vivente. Il tutto Cinelli lo gioca nella continuità spaziale e temporale di un luogo scenico, stanza suite pedana piazza che sia, e di una pratica, quella della performance, che rendono visibile il farsi dell’opera, la sua durata di evento che comporta, per dirsi veramente compiuto, la presenza partecipe, comunque coinvolta, dello spettatore. Luogo e pratica propri di un’azione, dunque, che a un tempo si attua e si consuma: che nell’attuarsi si consuma. Diciamo pure che si mette in scena una vera e propria drammaturgia pittorica, in concorso di pittura, scenotecnica e illuminotecnica, coreografia, fonetica del parlato e sonorità musicale. Con l’artista presente e attivo sulla ribalta, qualificata da partiture pittoriche astratte di carattere informale, condotte con un senso squisito del colore nel variegato comporsi a macule e nuances della trama pittorica, grazie al tessuto lamellare luminescente di cui si diceva. Debitamente trattato e sapientemente disposto, quel tessuto si configura come opera in sé, portatrice di valore estetico anche fuori contesto scenico, ma che rifulge e persino abbaglia all’incidenza della luce teatrale, restituita sotto specie di brillii e scintillii come scomposti da una struttura cristallina. Ne scaturisce un palcoscenico o un ambiente tra chic e kitsch, come dichiara lo stesso artista, con una proliferazione dei barbagli cromatici e una capacità di sfarfallio invasivo che si deposita per ogni dove, e crea un clima da design barocco – sono sempre parole dell’artista – degli spazi di frequentazione soprattutto notturna e d’uso ludico o, in versione aggiornata, da videogames specialmente mirato agli effetti ipnotici dei segnali luminosi. L’opera o comunque gli interventi propriamente pittorici così predisposti fanno da fondale scenico e, insieme, da specchio e interlocuzione, nel puro codice extrasemantico dei riflessi di luci e colori, a uno o più simulacri dell’uomo.Si tratta dei manichini maschili e femminili – in realtà asessuati – che ormai da tempo abitano fisicamente la scena e occupano un posto interlocutorio nel mondo di visione di Cinelli, dichiarandone con la loro presenza di simulacri dell’uomo usati per creare un’ulteriore rappresentazione, il carattere di metalinguaggio. Non sono gli uomini vuoti, gli uomini impagliati di Eliot, luoghi di uno straniamento alienato, di una condizione esistenziale svuotata di linfa e di senso comune, ma ancora stazionanti sulla soglia dell’altrove. Tanto meno sono i manichini metafisici che quella soglia hanno decisamente attraversato, e stanno come erme silenti nelle stanze o negli spazi o recinti aperti e sospesi. Sono piuttosto gli androidi inespressivi abitatori abituali del proscenio del bazar consumistico, stilizzazioni passe-partout d’una bellezza corporale spoglia di interiorità, dunque anonima e spendibile per ogni travestimento e una sola collocazione ideale: la vetrina, la ribalta che ne consacra l’immagine neutra di dramatis personae prive di spessore psicologico. Cinelli parla dell’uomo per interposta maschera o simulacro, e funziona da pedale narrativo adattabile a ogni situazione, da maschera appunto, la mera iconicità, lo stereotipo del modello-manichino. Il quale peraltro potrebbe indurre una lettura indirettamente critica, per così dire, dell’impersonalità che governa l’immagine come la sostanza antropologica e relazionale dell’uomo contemporaneo. Cinelli parla della storia dell’uomo e dei suoi transiti nella vita e nella società cosiddetta della spettacolo, qui e ora. Non ne rappresenta in qualche modo gli episodi: gli affanni, le cadute, le riprese, le tensioni, bensì il suo manifestarsi e il suo estinguersi sintetizzati nell’arco esemplare di un evento e di una performance pittorica non a caso affidata a un format che potremmo dire teatrale. Un manifestarsi ed estinguersi le cui implicazioni, ma chiamiamole rifrazioni e riflessi interiori, sono tutte affidate alla ricca gamma delle pur fugaci, se non effimere, eppure penetranti risposte sensoriali e suscitazioni emozionali dello spettatore. Con i manichini sono coinvolte nell’azione figure non neutre o decorative di performers ai quali Cinelli chiede di essere normali, di comportarsi con naturalezza e di improvvisare secondo suggeriscono loro la situazione ambientale e la stessa azione, quindi gli stati d’animo vissuti e veicolati (e che in quel momento li rendono figure attoriali della vita) dai loro corpi e gesti e movimenti ed emissioni sonore. Anche sui corpi dei performers Cinelli interviene con il maquillage e il lifting pittorici. Della loro pelle e dei loro paramenti fa la pelle e i paramenti della pittura, e gradatamente li permuta in maschere animate che assumono la medesima tessitura e morfografia dei predisposti fondali, sui quali per mimetismo potrebbero confondersi, dai quali per endogenesi parrebbero provenire, figure emancipate dal contesto pittorico cui organicamente appartengono per assumere respiro di creature viventi e muoversi nello spazio reale. In tal modo Cinelli celebra il rito di identificazione arte-vita nel passaggio cruciale dell’opera pittorica che in quella fase si fa quadro vivente. Dicevo all’inizio della gradualità di elaborazione concettuale del lavoro in corso nel laboratorio creativo di Cinelli. Giova ricordare che dalle esperienze formative di decoratore e di scenografo, il presupposto teorico del suo primo e compiuto momento operativo è stato quello mimetico. Intendo propriamente il mimetismo mitico di Apelle ingannatore dell’occhio, del trompe l’oeil applicato sul corpo che sovrappone e confonde la realtà e la finzione. Mimetico – di un mimetismo animale e vegetale, ma anche antropico nella misura in cui il paesaggio è segnato dall’opera dell’uomo – era il dipingere i corpi dei modelli inseriti in un contesto naturale dei cui temi morfologici e decori Cinelli li paludava sino alla compenetrazione, talché si potrebbe parlare anche di una sorta di rappresentazione orfica. Ricordo l’ulteriore passaggio concettuale della performace pittorica nella quale la mimesi investe non più la natura, ma l’arte che della natura è già rappresentazione. Penso, tra le altre, alla performance ispirata alla Natività da Romano Stefanelli affrescata nella chiesa di Santa Maria a Massarella. Con il titolo “Mimesi. Il potere dell’immagine”, Cinelli metteva letteralmente in scena forse la sua performance più complessa e teatrale, riproponendo con gli interventi sui corpi e l’animazione di tre performers, l’identità formale e figurale di altrettante presenze dell’affresco. Miracolosamente nascevano alla vita e prendevano a circolare nello spazio della chiesa realmente teatro di una sacra rappresentazione, alcuni personaggi dell’ampia scena nottura della Natività, centrata sulla grotta generatrice di luce radiante, i cui controcanti terrestri sono i fuochi dei pastori riverberanti sul costone del monte. Ancora un passo nella performance recentemente eseguita da Cinelli su una delle installazioni di Mauro Staccioli disseminate nel paesaggio collinare del territorio di Volterra, imponenti strutture primarie a base geometrica accampate e profilate nel seno e nella continuità delle linee della terra, come a presidio totemico di un luogo consacrato. L’arte e la natura da Staccioli poste in dialettico ma complementare rapporto, e il mimetismo corporale del modello da Cinelli inserito come abitando con un accento di vita quel luogo e quel potente dialogo silenzioso. Questo libro documenta con bella e davvero eloquente apertura visiva la recente performance allestita ed eseguita nello spazio espositivo di Petrartedizioni a Pietrasanta. Il titolo La scatola nera della nostra vita e la messa in scena della performance mi paiono una sintesi quanto mai stringente e rappresentativa della ricerca sin qui condotta da Cinelli in un territorio di confluenza, come si è visto, di arti diverse. Cinelli provoca e dirige un atto creativo che ci consegna non l’opera, ma il suo trasformarsi e progredire, la sua durata come manifestazione, o epifania che dir si voglia, della forma in divenire quale teatro della pittura. Per la quale è funzione determinante la luce, che rende vero e credibile l’artificio delle apparizioni, svolgendo una funzione che potremmo dire maieutica, in senso squisitamente teatrale. Ossia fa emergere le forme e la vita, dal buio del cubo scenico che tutto contiene inespresso, metafora delle potenzialità della vita. Cubo scenico al cui buio esse saranno restituite,quando calerà il sipario. L’arte è quel farsi apparizione, dunque temporaneo consistere visionario. A lume spento, ecco!, non resteranno che le spoglie del fasto visionario, un fondale e un manichino dipinti, protagonisti silenziosi di un colloquio il cui senso ci sfuggirà per sempre, salvo suscitarlo come rivelazione allo sguardo e all’animo sensibile che vorrà interrogarsi, accostandosi a quei testimoni del mistero che per una volta, nel farsi dell’evento teatrale, si è manifestato e consumato sulla ribalta. Testimone ulteriore la sequenza delle immagini fotografiche in pagina sotto specie di libro, dalla cui sapiente orchestrazione certo discende un’immagine non del tutto congelata e, per analogia, apprezzabilmente godibile dell’epifania visionaria in forma di teatro della pittura.

Camaleonteart

Camaleonteart è un progetto interattivo di pittura e performance collocato all’interno della ricerca artistica di Francesco Cinelli, che vive e lavora a S.Maria a Monte (Pi)...
 

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Studiare e dipingere un corpo attraverso se stesso non in quanto corpo ma in quanto mente mi permette di esplorare mediante sinergie diverse, quali la pittura e lo spazio, soluzioni cromatiche e percettive determinanti per la mia ricerca artistica.

Mi interessa esplorare tutte quelle sensazioni ed emozioni che rappresentano le caratteristiche dell'essere umano, del proprio io in modo autentico, vero, in un modo del tutto normale: qualità necessarie, a mio avviso, per contrastare una società che ci vuole sempre più oggetto e meno soggetto della nostra vita.Logo cf nero